lunedì 10 febbraio 2014

SANT’ONOFRIO: RISCOPRIRE STANISLAO D'ALOE A 200 ANNI DALLA NASCITA

(SANT’ONOFRIO) Anche quando assurse ai massimi livelli del mondo accademico del Regno di Napoli Stanislao D'aloe, nato il 3 agosto 1814 a Sant’Onofrio e morto all’età di 74 anni a Napoli dove fu sepolto sulla collina di Capodichino, non dimenticò la sua terra e le sue origini.
Un affetto ed un ricordo certamente ricambiati dalla comunità di Sant'Onofrio che nel tempo seppe adeguatamente ricordare l'illustre concittadino intitolandogli dapprima la via dove tuttora sorge la sua casa natale e, successivamente, la locale scuola media.
A maggior ragione sarebbe quanto mai opportuno che nell'approssimarsi del bicentenario della sua nascita la comunità ed in particolare le istituzioni e le realtà scolastiche cittadine si adoperino per ricordarlo così come merita.
Nel suo testamento spirituale "Gente di Sant'Onofrio" il compianto prof. Mario Teti dedica all'illustre studioso un approfondito capitolo biografico ricordando come, dopo gli studi di formazione svolti presso il seminario di Mileto e l'università di Napoli, il giovane D'Aloe seppe farsi apprezzare come storico, critico d'arte, archeologo e giornalista fino ad assurgere al ruolo di segretario generale del Real Museo Borbonico e, successivamente, di Ispettore dei monumenti del Regno di Napoli.
Ma anche nel prestigiosissimo ruolo di “massima autorità del tempo nel campo dei beni culturali” la memoria dell'infanzia passata a Sant'Onofrio sempre accompagnò Stanislao D’Aloe tanto da indurlo a donare al santuario di S. Maria di Mater Domini presso S. Nicola da Crissa una preziosissima tela opera di Guido Reni, l’allievo prediletto del Caravaggio, raffigurante la "Madonna in gloria".
Una scelta ispirata dall’infanzia di D'aloe ed in particolare dal ricordo dell'annuale pellegrinaggio che in compagnia della sua famiglia lo portava devotamente presso questo santuario nella ricorrenza della Festa dell'Assunta.
Anche negli archivi storici del comune di Sant'Onofrio esistono tracce importanti sulle sue origini e dei primi anni di vita trascorsi in paese.
E' il caso, ad esempio, del documento originale rinvenuto dal ricercatore Paolo Petrolo nel quale in data5 ottobre 1823 il “Decurionato presieduto dal sindaco G. Battista Barbieri” individuava i “giovinetti Stanislao D'aloe, D. Francesco Augurusa e Giacomo Greco quali meritevoli di essere nominati per godere delle piazze franche nel Real Collegio Vibonese".
E proprio dal recupero e dalla pubblicazione di queste fonti documentali sarebbe opportuno ripartire nella ricorrenza del bicentenario della nascita per riproporre e riattualizzare anche alle nuove generazioni la vita e l’opera di un così illustre concittadino che, partito dalla periferia estrema, seppe grazie al proprio impegno ed al proprio ingegno assurgere ai vertici del Regno di Napoli.
(Raffaele Lopreiato Gazzetta del Sud 10/02/2013)

SANT’ONOFRIO: RISCOPRIRE STANISLAO D'ALOE A 200 ANNI DALLA NASCITA

(SANT’ONOFRIO) Anche quando assurse ai massimi livelli del mondo accademico del Regno di Napoli Stanislao D'aloe, nato il 3 agosto 1814 a Sant’Onofrio e morto all’età di 74 anni a Napoli dove fu sepolto sulla collina di Capodichino, non dimenticò la sua terra e le sue origini.
Un affetto ed un ricordo certamente ricambiati dalla comunità di Sant'Onofrio che nel tempo seppe adeguatamente ricordare l'illustre concittadino intitolandogli dapprima la via dove tuttora sorge la sua casa natale e, successivamente, la locale scuola media.
A maggior ragione sarebbe quanto mai opportuno che nell'approssimarsi del bicentenario della sua nascita la comunità ed in particolare le istituzioni e le realtà scolastiche cittadine si adoperino per ricordarlo così come merita.
Nel suo testamento spirituale "Gente di Sant'Onofrio" il compianto prof. Mario Teti dedica all'illustre studioso un approfondito capitolo biografico ricordando come, dopo gli studi di formazione svolti presso il seminario di Mileto e l'università di Napoli, il giovane D'Aloe seppe farsi apprezzare come storico, critico d'arte, archeologo e giornalista fino ad assurgere al ruolo di segretario generale del Real Museo Borbonico e, successivamente, di Ispettore dei monumenti del Regno di Napoli.
Ma anche nel prestigiosissimo ruolo di “massima autorità del tempo nel campo dei beni culturali” la memoria dell'infanzia passata a Sant'Onofrio sempre accompagnò Stanislao D’Aloe tanto da indurlo a donare al santuario di S. Maria di Mater Domini presso S. Nicola da Crissa una preziosissima tela opera di Guido Reni, l’allievo prediletto del Caravaggio, raffigurante la "Madonna in gloria".
Una scelta ispirata dall’infanzia di D'aloe ed in particolare dal ricordo dell'annuale pellegrinaggio che in compagnia della sua famiglia lo portava devotamente presso questo santuario nella ricorrenza della Festa dell'Assunta.
Anche negli archivi storici del comune di Sant'Onofrio esistono tracce importanti sulle sue origini e dei primi anni di vita trascorsi in paese.
E' il caso, ad esempio, del documento originale rinvenuto dal ricercatore Paolo Petrolo nel quale in data5 ottobre 1823 il “Decurionato presieduto dal sindaco G. Battista Barbieri” individuava i “giovinetti Stanislao D'aloe, D. Francesco Augurusa e Giacomo Greco quali meritevoli di essere nominati per godere delle piazze franche nel Real Collegio Vibonese".
E proprio dal recupero e dalla pubblicazione di queste fonti documentali sarebbe opportuno ripartire nella ricorrenza del bicentenario della nascita per riproporre e riattualizzare anche alle nuove generazioni la vita e l’opera di un così illustre concittadino che, partito dalla periferia estrema, seppe grazie al proprio impegno ed al proprio ingegno assurgere ai vertici del Regno di Napoli.
(Raffaele Lopreiato Gazzetta del Sud 10/02/2013)

venerdì 7 febbraio 2014

JOSÉ RODOLFO MARAGÓ: UN FORTE ABBRACCIO DAL PROFONDO SUD DEL MONDO

Argentina: Josè Rodolfo Maragò
Carissimi,
verso la fine del Giurassico e l’inizio del período Cretacico, la Patagonia era una festa. Una densa vegetazione tropicale forniva pasto facile a incontrollabili branchi di diverse specie di sauropodi, mentre questi davano il suo contributo alla catena alimentare, come presa degli ultimi dinosauri carnivori. Prevalevano le conifere e le araucarie. Non c’erano le zone polari e il era relativamente instabile.
Ma, tra 150 e 145 milioni di anni fa, Gondwana cominciò separarsi di Pangea ed a formarsi il continente americano. Movimenti tettonici assolutamente fuori del comune si son prodotti, con delle incredibili eruzioni e terremoti inimmaginabili per la mente umana. Era come se il cuore fiammeggiante della Terra volesse scapparle del petto. Torrenti di lava correvano per i boschi e le pianure e tempeste di cenere incandescente scendevano come un ciclone di oltre 300 chilometri all’ora, abbattendo gli alberi e ammazzando gli animali, senza tener conto di situazioni e misure di ciascuno di loro. Sassi accesi cadevano per migliaia, con ululati assordanti, dando fine ad ogni segnale di vita. Pini augusti pinos e conifere maestose vennero atterrati con le prime onde di forza, sepolti da vere montagne di ceneri calde.
Poi vennero come frecce ardenti tra il cielo e le nuvole, tracciando rughe di fuoco, assomigliando miriadi di stelle fugaci che attraversavano il firmamento, pietre più piccole che vomitavano i vulcani più recenti sorti dalle viscere del pianeta e cadevano sul tropico estinto di allora. E ci son rimasti per milioni di anni.
Quando la Patagonia non ricevette più i venti umidi del Oceano occidentale, fermati dalla nuova Cordigliera quasi definitivamente sorta circa 65 milioni di anni fa, è diventata un altopiano arido, scosceso, ogni tanto interrotto di avvallamenti e valli così lontani tra di loro. Animali e pianti che erano campati per ben 80 milioni di anni in quel terreno, riposano seppelliti nel Tartaro della Natura, coperti da migliaia di metri de cenere e sedimenti, formando giacimenti di petrolio e di gas. Ma altri tanti alberi, quegli rimasti nell’Averno, più vicini alla superficie, sono stati trasformati per gli stessi minerali che li coprivano. Pian piano, la sostanza vegetale che li faceva parte è stata sostituita da quelli minerali che entravano nelle loro cellule, senza cambiare la loro forma fisica. E così si è prodotto quel fenomeno che ormai viene chiamato pietrificazione.
I secoli di secoli son passati ed assieme a loro, gli impenitenti venti della Patagonia si sono occupati di erodere gli altopiani, portandosi addosso manti quasi interminabili di sedimenti, scoprendo e presentando alla vista di tutto il mondo veri boschi di alberi di pietra, palme, conifere e araucarie, tra gli altri, alcuni di loro ancora in “posizione di vita”, come stroncati all’improvviso dall’ascia gigante di un vikingo. Si vedono così nel presente tronconi di alberi di pietra in piedi, anche con le sue radici, di ogni colore, secondo i minerali che li hanno modificato. Un poco più avanti, le spoglie dello stesso albero, stroncato quasi nella base, spaccato in diversi pezzi, bruciato dalla parte esterna forse da un vortice di fuoco, ormai trasformato in una sorte di spossata colonna di marmo dei brillanti colori, dal nero della parte esterna al bianco nel centro.
La grande ampiezza climatica della steppa produce un fenomeno curioso: l’acqua delle scarse piogge annue entrano nelle crepe di questi monumenti di pietra durante il giorno, che si congela nelle notte di gelo, spaccando questi tronchi multimilionari in anni sulla Terra.
Quelle inimmaginabili eruzioni e terremoto che durante milioni di anni hanno distrutto quel paradiso tropicale che vi era nella Patagonia di allora e lo instancabile vento della steppa che ha scoperto i resti di quello che una volta è stata una festa della Natura, ci permettono visitare attualmente questo cosiddetto monumento naturale nazionale, oltre 2.080 chilometri al Sud di Buenos Aires, nella provincia di Santa Cruz, Argentina.

Un forte abbraccio dal profondo Sud del mondo, José R. Maragó

JOSÉ RODOLFO MARAGÓ: UN FORTE ABBRACCIO DAL PROFONDO SUD DEL MONDO

Argentina: Josè Rodolfo Maragò
Carissimi,
verso la fine del Giurassico e l’inizio del período Cretacico, la Patagonia era una festa. Una densa vegetazione tropicale forniva pasto facile a incontrollabili branchi di diverse specie di sauropodi, mentre questi davano il suo contributo alla catena alimentare, come presa degli ultimi dinosauri carnivori. Prevalevano le conifere e le araucarie. Non c’erano le zone polari e il era relativamente instabile.
Ma, tra 150 e 145 milioni di anni fa, Gondwana cominciò separarsi di Pangea ed a formarsi il continente americano. Movimenti tettonici assolutamente fuori del comune si son prodotti, con delle incredibili eruzioni e terremoti inimmaginabili per la mente umana. Era come se il cuore fiammeggiante della Terra volesse scapparle del petto. Torrenti di lava correvano per i boschi e le pianure e tempeste di cenere incandescente scendevano come un ciclone di oltre 300 chilometri all’ora, abbattendo gli alberi e ammazzando gli animali, senza tener conto di situazioni e misure di ciascuno di loro. Sassi accesi cadevano per migliaia, con ululati assordanti, dando fine ad ogni segnale di vita. Pini augusti pinos e conifere maestose vennero atterrati con le prime onde di forza, sepolti da vere montagne di ceneri calde.
Poi vennero come frecce ardenti tra il cielo e le nuvole, tracciando rughe di fuoco, assomigliando miriadi di stelle fugaci che attraversavano il firmamento, pietre più piccole che vomitavano i vulcani più recenti sorti dalle viscere del pianeta e cadevano sul tropico estinto di allora. E ci son rimasti per milioni di anni.
Quando la Patagonia non ricevette più i venti umidi del Oceano occidentale, fermati dalla nuova Cordigliera quasi definitivamente sorta circa 65 milioni di anni fa, è diventata un altopiano arido, scosceso, ogni tanto interrotto di avvallamenti e valli così lontani tra di loro. Animali e pianti che erano campati per ben 80 milioni di anni in quel terreno, riposano seppelliti nel Tartaro della Natura, coperti da migliaia di metri de cenere e sedimenti, formando giacimenti di petrolio e di gas. Ma altri tanti alberi, quegli rimasti nell’Averno, più vicini alla superficie, sono stati trasformati per gli stessi minerali che li coprivano. Pian piano, la sostanza vegetale che li faceva parte è stata sostituita da quelli minerali che entravano nelle loro cellule, senza cambiare la loro forma fisica. E così si è prodotto quel fenomeno che ormai viene chiamato pietrificazione.
I secoli di secoli son passati ed assieme a loro, gli impenitenti venti della Patagonia si sono occupati di erodere gli altopiani, portandosi addosso manti quasi interminabili di sedimenti, scoprendo e presentando alla vista di tutto il mondo veri boschi di alberi di pietra, palme, conifere e araucarie, tra gli altri, alcuni di loro ancora in “posizione di vita”, come stroncati all’improvviso dall’ascia gigante di un vikingo. Si vedono così nel presente tronconi di alberi di pietra in piedi, anche con le sue radici, di ogni colore, secondo i minerali che li hanno modificato. Un poco più avanti, le spoglie dello stesso albero, stroncato quasi nella base, spaccato in diversi pezzi, bruciato dalla parte esterna forse da un vortice di fuoco, ormai trasformato in una sorte di spossata colonna di marmo dei brillanti colori, dal nero della parte esterna al bianco nel centro.
La grande ampiezza climatica della steppa produce un fenomeno curioso: l’acqua delle scarse piogge annue entrano nelle crepe di questi monumenti di pietra durante il giorno, che si congela nelle notte di gelo, spaccando questi tronchi multimilionari in anni sulla Terra.
Quelle inimmaginabili eruzioni e terremoto che durante milioni di anni hanno distrutto quel paradiso tropicale che vi era nella Patagonia di allora e lo instancabile vento della steppa che ha scoperto i resti di quello che una volta è stata una festa della Natura, ci permettono visitare attualmente questo cosiddetto monumento naturale nazionale, oltre 2.080 chilometri al Sud di Buenos Aires, nella provincia di Santa Cruz, Argentina.

Un forte abbraccio dal profondo Sud del mondo, José R. Maragó

SANT’ONOFRIO: IL SEGRETARIO NINO PEZZO SALUTA LO STOP ALLA GRANDE DISCARICA

Nino Pezzo UDC
(SANT’ONOFRIO) Con l'intervento del segretario della locale sezione dell'Udc Antonino Pezzo si chiude il cerchio del dibattito in atto sulla cosiddetta "discarica dei veleni".
Va infatti ascritto a merito del gruppo consiliare dello scudocrociato l’aver reso di pubblico dominio, lo scorso mese di ottobre con una interrogazione scritta, la richiesta ormai in fase avanzatissima della società Ecolux srl per la realizzazione in località "Vajoti" di un impianto capace di accogliere mezzo milione di tonnellate di rifiuti definiti dalla legge come "pericolosi".
Da quel momento, il dibattito sulla paventata realizzazione della discarica subiva una brusca accelerazione portando la cittadinanza, fortemente allarmata per le possibili conseguenze di carattere sanitario ed ambientale che ne sarebbero potute derivare, ad autocostituirsi in un battagliero Comitato "NO Discarica".
Anche l'amministrazione comunale guidata dal sindaco Tito Rodà prendeva di petto la situazione attivandosi con il proprio legale di fiducia avv. Michele De Fina a proporre un ricorso al Tar Calabria con il quale muoveva una serie di rilievi sulla illegittimità dell'iter autorizzativo seguito.
Un ricorso che comunque non è stato mai discusso davanti all'organo di giurisdizione amministrativa in quanto il Dipartimento politiche dell'ambiente della Regione Calabria con un provvedimento di “annullamento in autotutela” provvedeva lo scorso 10 gennaio a revocare l'autorizzazione precedentemente concessa alla ditta che aveva progettato dell'impianto.
E proprio sul positivo epilogo della vicenda si registra ora il pronunciamento del segretario Pezzo che, preso atto di come sia stata "fugata ogni possibilità di seppellire veleni nel nostro territorio", evidenzia l’impegno del proprio partito dimostratosi ancora una volta "efficace nelle azioni contro le ingiustizie ed i soprusi".
Un partito, quello dell'Udc, che il segretario cittadino definisce di "sana e robusta opposizione" per la "capacità che ci rende unici di saper sempre anteporre il bene comune alla semplice propaganda politica".
E così, pur non volendosi "attribuire alcuna paternità", Pezzo non nasconde la "grande soddisfazione provata nell'apprendere dell'indietro tutta degli uffici regionali che con un atto viziato nella legittimità avevano provocato un'immane paura all'intera nostra comunità".
Un risultato raggiunto grazie al "ruggito dei santonofresi" che ha indotto i competenti uffici regionali a "riconoscere che il loro precedente atto era illegittimo".
E proprio da questo primo traguardo ottenuto il segretario scudocrociato riparte per esortare il sindaco a "non fermarsi, ma ad andare avanti nel dare risposte alle pressanti richieste della comunità".
Tra queste, per Pezzo prioritarie rimangono l'"apertura del centro di aggregazione sociale di via Raffaele Teti, l'attivazione dell'isola ecologica e l'adozione del Piano strutturale comunale".

(Raffaele Lopreiato, Gazzetta del Sud del 07.02.201)

SANT’ONOFRIO: IL SEGRETARIO NINO PEZZO SALUTA LO STOP ALLA GRANDE DISCARICA

Nino Pezzo UDC
(SANT’ONOFRIO) Con l'intervento del segretario della locale sezione dell'Udc Antonino Pezzo si chiude il cerchio del dibattito in atto sulla cosiddetta "discarica dei veleni".
Va infatti ascritto a merito del gruppo consiliare dello scudocrociato l’aver reso di pubblico dominio, lo scorso mese di ottobre con una interrogazione scritta, la richiesta ormai in fase avanzatissima della società Ecolux srl per la realizzazione in località "Vajoti" di un impianto capace di accogliere mezzo milione di tonnellate di rifiuti definiti dalla legge come "pericolosi".
Da quel momento, il dibattito sulla paventata realizzazione della discarica subiva una brusca accelerazione portando la cittadinanza, fortemente allarmata per le possibili conseguenze di carattere sanitario ed ambientale che ne sarebbero potute derivare, ad autocostituirsi in un battagliero Comitato "NO Discarica".
Anche l'amministrazione comunale guidata dal sindaco Tito Rodà prendeva di petto la situazione attivandosi con il proprio legale di fiducia avv. Michele De Fina a proporre un ricorso al Tar Calabria con il quale muoveva una serie di rilievi sulla illegittimità dell'iter autorizzativo seguito.
Un ricorso che comunque non è stato mai discusso davanti all'organo di giurisdizione amministrativa in quanto il Dipartimento politiche dell'ambiente della Regione Calabria con un provvedimento di “annullamento in autotutela” provvedeva lo scorso 10 gennaio a revocare l'autorizzazione precedentemente concessa alla ditta che aveva progettato dell'impianto.
E proprio sul positivo epilogo della vicenda si registra ora il pronunciamento del segretario Pezzo che, preso atto di come sia stata "fugata ogni possibilità di seppellire veleni nel nostro territorio", evidenzia l’impegno del proprio partito dimostratosi ancora una volta "efficace nelle azioni contro le ingiustizie ed i soprusi".
Un partito, quello dell'Udc, che il segretario cittadino definisce di "sana e robusta opposizione" per la "capacità che ci rende unici di saper sempre anteporre il bene comune alla semplice propaganda politica".
E così, pur non volendosi "attribuire alcuna paternità", Pezzo non nasconde la "grande soddisfazione provata nell'apprendere dell'indietro tutta degli uffici regionali che con un atto viziato nella legittimità avevano provocato un'immane paura all'intera nostra comunità".
Un risultato raggiunto grazie al "ruggito dei santonofresi" che ha indotto i competenti uffici regionali a "riconoscere che il loro precedente atto era illegittimo".
E proprio da questo primo traguardo ottenuto il segretario scudocrociato riparte per esortare il sindaco a "non fermarsi, ma ad andare avanti nel dare risposte alle pressanti richieste della comunità".
Tra queste, per Pezzo prioritarie rimangono l'"apertura del centro di aggregazione sociale di via Raffaele Teti, l'attivazione dell'isola ecologica e l'adozione del Piano strutturale comunale".

(Raffaele Lopreiato, Gazzetta del Sud del 07.02.201)

sabato 1 febbraio 2014

SANT‘ONOFRIO: COMITATO CIVICO E SEMPLICI CITTADINI PLAUDANO ALLA SENTENZA DEL TAR

(SANT‘ONOFRIO)E’ un dolce risveglio quello della comunità di Sant’Onofrio all’indomani della notizia dell’avvenuta interruzione dell’iter autorizzativo per l’apertura di una mega discarica di rifiuti “pericolosi e non pericolosi” in località Vajoti.
Subito ribattezzato come la “discarica dei veleni”, l’impianto in questione avrebbe dovuto essere realizzato dalla società Ecolux srl con sede sociale in Filandari e nelle intenzioni dei proponenti sarebbe stato in grado di accogliere fino a mezzo milione di metri cubi di rifiuti, molti dei quali classificati dalla normativa in materia come estremamente pericolosi, su una superficie “equivalente ad otto campi di calcio e corrispondente per capienza alle dimensioni di un grattacielo di ottocento metri di altezza per una base di duecento metri quadrati".
A bloccare tutto, per fortuna, la sopravvenuta decisione del Dipartimento per le politiche ambientali della Regione Calabria che con un provvedimento adottato in “autotutela” annullava l’autorizzazione precedentemente concessa alla ditta richiedente motivando che la "zona ove è ubicato l'impianto di che trattasi ricade in aree a rischio sismico di prima categoria" per le quali la normativa in materia prevede espressamente l'impossibilità di realizzare discariche adibite al conferimento di rifiuti classificati come “pericolosi”.
Alla base della clamorosa retromarcia, il ricorso avverso l’apertura della mega discarica presentato al Tar Calabria dal comune di Sant’Onofrio con il quale venivano rilevate tutte le incongruenze del provvedimento adottato.
E proprio da questa ultima decisione del competente ufficio regionale prende le mosse la riflessione del battagliero comitato “NO Discarica”. Che, sin dal momento in cui lo scorso mese di ottobre la notizia della paventata apertura della discarica era diventata di dominio pubblico, si era autocostituito promuovendo una serie di incontri con la cittadinanza e l’amministrazione comunale per valutare le iniziative unitarie da promuovere per contrasto tale progetto. Alla luce delle novità di queste ultime ore il comitato in questione, per mezzo di alcuni suoi componenti, nell’esprimere la “piena soddisfazione per il positivo evolversi della vicenda” e rimarcare la “proficua e sinergica collaborazione con l’amministrazione comunale e tutte le realtà associative e rappresentative presenti sul territorio”, mettono comunque in evidenza come “anziché esibirsi in contradditori contorsionismi dell’ultima ora, bene avrebbero fatto i competenti uffici regionali a valutare con maggiore attenzione sin dal primo momento le cause ostative all’autorizzazione di un impianto che, per come concepito, oltre al conclamato rischio sismico presentava tanti altri profili di evidente illegittimità”. Anche tra i comuni cittadini la soddisfazione è palpabile. Lo dimostrano i tanti commenti favorevoli che in queste ore si succedono sui social forum locali, dove in tanti esultano per lo “scampato pericolo di una discarica che ove realizzata sarebbe divenuta ricettacolo di veleni provenienti da tutta Italia che avrebbero seriamente messo a rischio la salute dei nostri figli e delle generazioni future” oltre a “compromettere irrimediabilmente l’equilibrio ambientale dell’oasi naturalistica di località Vajoti”.
Numerosi sono poi i cittadini che chiedono alle istituzioni di “non abbassare la guardia anche perché la società interessata alla realizzazione dell’impianto, per il quale aveva presumibilmente già assunto impegni economici, non si darà facilmente per vinta”. Ed a tal proposito c’è chi rileva come l’evidenziato “rischio sismico ostacola la realizzazione di impianti adibiti al conferimento di rifiuti cosiddetti pericolosi mentre nulla osta per il conferimento dei rifiuti non pericolosi” nell’impianto in questione che quindi potrebbe ancora rivelarsi utile.
Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco Tito Rodà che proprio per tranquillizzare i cittadini e scongiurare questo ulteriore rischio intende, una volta incassato questo primo risultato, rilanciare.
Preannunciando a tal proposito, l’intenzione dell’amministrazione comunale di chiedere quanto prima la “bonifica integrale di tutta l’area ricadente in località Tozza Palombara dove già si trova un sito adibito in passato a discarica intercomunale di rifiuti solidi urbani”.
Tale sito per il sindaco Rodà “ancora oggi, a distanza di anni dalla sua chiusura, minaccia seriamente l’ecosistema e la salute dei cittadini, con il percolato che in modo evidente fuoriesce in più parti dal terreno con grave rischio di inquinamento di alcune falde acquifere presenti”.


       (Raffaele Lopreiato Gazzetta del Sud 01/02/2014)

SANT‘ONOFRIO: COMITATO CIVICO E SEMPLICI CITTADINI PLAUDANO ALLA SENTENZA DEL TAR

(SANT‘ONOFRIO)E’ un dolce risveglio quello della comunità di Sant’Onofrio all’indomani della notizia dell’avvenuta interruzione dell’iter autorizzativo per l’apertura di una mega discarica di rifiuti “pericolosi e non pericolosi” in località Vajoti.
Subito ribattezzato come la “discarica dei veleni”, l’impianto in questione avrebbe dovuto essere realizzato dalla società Ecolux srl con sede sociale in Filandari e nelle intenzioni dei proponenti sarebbe stato in grado di accogliere fino a mezzo milione di metri cubi di rifiuti, molti dei quali classificati dalla normativa in materia come estremamente pericolosi, su una superficie “equivalente ad otto campi di calcio e corrispondente per capienza alle dimensioni di un grattacielo di ottocento metri di altezza per una base di duecento metri quadrati".
A bloccare tutto, per fortuna, la sopravvenuta decisione del Dipartimento per le politiche ambientali della Regione Calabria che con un provvedimento adottato in “autotutela” annullava l’autorizzazione precedentemente concessa alla ditta richiedente motivando che la "zona ove è ubicato l'impianto di che trattasi ricade in aree a rischio sismico di prima categoria" per le quali la normativa in materia prevede espressamente l'impossibilità di realizzare discariche adibite al conferimento di rifiuti classificati come “pericolosi”.
Alla base della clamorosa retromarcia, il ricorso avverso l’apertura della mega discarica presentato al Tar Calabria dal comune di Sant’Onofrio con il quale venivano rilevate tutte le incongruenze del provvedimento adottato.
E proprio da questa ultima decisione del competente ufficio regionale prende le mosse la riflessione del battagliero comitato “NO Discarica”. Che, sin dal momento in cui lo scorso mese di ottobre la notizia della paventata apertura della discarica era diventata di dominio pubblico, si era autocostituito promuovendo una serie di incontri con la cittadinanza e l’amministrazione comunale per valutare le iniziative unitarie da promuovere per contrasto tale progetto. Alla luce delle novità di queste ultime ore il comitato in questione, per mezzo di alcuni suoi componenti, nell’esprimere la “piena soddisfazione per il positivo evolversi della vicenda” e rimarcare la “proficua e sinergica collaborazione con l’amministrazione comunale e tutte le realtà associative e rappresentative presenti sul territorio”, mettono comunque in evidenza come “anziché esibirsi in contradditori contorsionismi dell’ultima ora, bene avrebbero fatto i competenti uffici regionali a valutare con maggiore attenzione sin dal primo momento le cause ostative all’autorizzazione di un impianto che, per come concepito, oltre al conclamato rischio sismico presentava tanti altri profili di evidente illegittimità”. Anche tra i comuni cittadini la soddisfazione è palpabile. Lo dimostrano i tanti commenti favorevoli che in queste ore si succedono sui social forum locali, dove in tanti esultano per lo “scampato pericolo di una discarica che ove realizzata sarebbe divenuta ricettacolo di veleni provenienti da tutta Italia che avrebbero seriamente messo a rischio la salute dei nostri figli e delle generazioni future” oltre a “compromettere irrimediabilmente l’equilibrio ambientale dell’oasi naturalistica di località Vajoti”.
Numerosi sono poi i cittadini che chiedono alle istituzioni di “non abbassare la guardia anche perché la società interessata alla realizzazione dell’impianto, per il quale aveva presumibilmente già assunto impegni economici, non si darà facilmente per vinta”. Ed a tal proposito c’è chi rileva come l’evidenziato “rischio sismico ostacola la realizzazione di impianti adibiti al conferimento di rifiuti cosiddetti pericolosi mentre nulla osta per il conferimento dei rifiuti non pericolosi” nell’impianto in questione che quindi potrebbe ancora rivelarsi utile.
Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco Tito Rodà che proprio per tranquillizzare i cittadini e scongiurare questo ulteriore rischio intende, una volta incassato questo primo risultato, rilanciare.
Preannunciando a tal proposito, l’intenzione dell’amministrazione comunale di chiedere quanto prima la “bonifica integrale di tutta l’area ricadente in località Tozza Palombara dove già si trova un sito adibito in passato a discarica intercomunale di rifiuti solidi urbani”.
Tale sito per il sindaco Rodà “ancora oggi, a distanza di anni dalla sua chiusura, minaccia seriamente l’ecosistema e la salute dei cittadini, con il percolato che in modo evidente fuoriesce in più parti dal terreno con grave rischio di inquinamento di alcune falde acquifere presenti”.


       (Raffaele Lopreiato Gazzetta del Sud 01/02/2014)